Pubblichiamo un articolo dell’Osservatore Romano del 3 dicembre sulla mangiatoia di Betlemme, la culla nella quale fu deposto il bambino Gesù, che un’antica tradizione della Chiesa cattolica vuole sia stata – in parte – rinvenuta e portata in Roma e custodita nella Basilica di Santa Maria Maggiore. Un frammento di questo legno è stato donato alla Basilica della Natività di Betlemme. Ma questo è nell’articolo, se lo anticipiamo è solo per far notare come della transazione di questo piccolo pezzo di legno si sia interessato il mondo intero, e non solo i media cattolici.

Ne hanno dato notizia l’agenzia stampa britannica Reuters, l’agenzia stampa cinese Xinhua, il più importante media arabo, al Arabya, i media israeliani Haaretz e Timesofisrael, il media palestinese palestinechronicle, l’agenzia russa Ria Novosti, il New York Times, il Japantimes… si potrebbe continuare, ma è solo per dare un’idea (cliccare qui per vedere il video del suo arrivo in Terra Santa).

Una reliquia peraltro alquanto secondaria per la devozione dei fedeli che ogni giorno si riversano a Santa Maria Maggiore, che però ha destato una curiosità e un interesse infinitamente (letterale) maggiore di tante “cristianate” nelle quali troppo spesso è impastoiata la Chiesa cattolica. Un frammento di legno che partecipa di quel sovrannaturale, che in quel giorno, in quel Natale, ha voluto partecipare con la sua carne della storia dell’uomo e dell’umanità, che in fondo solo quello attende, anche se non lo sa, come accennava spesso don Giacomo cui fa cenno l’articolo (il libro citato, edito da 30Giorni, di cui il sacerdote era direttore de-facto, si può richiedere all’Associazione don Giacomo Tantardini).

 

Nel cuore della Basilica di Santa Maria Maggiore, conservate in un reliquiario di fine Settecento, ci sono cinque fragili assicelle di legno d’acero rosso. Si trovano lì da circa millequattrocento anni, cioè dall’epoca in cui si fa risalire il loro arrivo a Roma, durante il pontificato di Teodoro I (642-649), nativo di Gerusalemme.

Duemila anni fa le piccole travi, davanti alle quali ogni giorno si inginocchiano a recitare una preghiera fedeli di tutto il mondo, erano incrociate e inchiodate fra di loro in modo che potessero sostenere il lieve peso di una culla di terracotta in uso in quei tempi in Palestina: secondo la tradizione esse sono proprio le reliquie della mangiatoia di Betlemme in cui Maria depose Gesù bambino dopo averlo avvolto nelle fasce (cfr. Lc 2, 7).

Ebbene, una particella di quegli antichi legni d’acero è appena tornata a Betlemme, in Palestina, dopo secoli di soggiorno a Santa Maria Maggiore, la “Betlemme di Roma” fatta edificare da Sisto III sul colle Esquilino. Il frammento della Sacra Culla donato da papa Francesco alla Custodia di Terra Santa, è arrivato a Gerusalemme lo scorso 29 novembre e ha raggiunto il paese natale di Gesù nella prima domenica di Avvento. Il cardinale Stanisław Ryłko, arciprete di Santa Maria Maggiore, in un messaggio riportato pubblicamente dal nunzio apostolico in Gerusalemme e Palestina, l’arcivescovo Leopoldo Girelli, ha sottolineato come papa Francesco accompagni questo dono «con la sua benedizione e con il fervido augurio» che la venerazione permetta ai fedeli di «accogliere con rinnovato fervore di fede e di amore il mistero che ha cambiato il corso della storia».

Così, i pellegrini e i francescani della Custodia di Terra Santa – che sull’Altare della Mangiatoia della Basilica betlemita della Natività celebrano la Messa due volte al giorno – potranno pregare di fronte al frammento della culla in cui, per usare le parole di san Tommaso nella Summa Theologiae, trovò dimora terrena la felicità degli uomini:

«Ad hunc finem beatitudinis homines reducuntur per humanitatem Christi», gli uomini sono ricondotti al loro destino di felicità attraverso l’umanità di Cristo. In fondo, si può dire che proprio all’umanità di Cristo sia dedicata Santa Maria Maggiore, costruita a conclusione del Concilio di Efeso, che nel 431 riconobbe Maria “madre di Dio” (Theotókos). Papa Sisto III fece realizzare all’interno della Basilica una riproduzione della Grotta della Natività, facendola adornare con i frammenti provenienti dal paesino di nascita di Gesù portati a Roma dai pellegrini di ritorno dalla Terra Santa.

Poi, a partire dal VII secolo, cioè da quando diede alloggio alle memorie più importanti dell’infanzia del Signore, la Basilica incominciò a essere chiamata “Sancta Maria ad Praesepe”. Qui è sotto gli occhi di tutti l’umiltà di «Colui che», come scriveva Henri De Lubac, «infinito nel seno del Padre, si racchiude nel seno della Vergine o si riduce alle proporzioni di un bambino nella stalla di Betlemme». Umiltà testimoniata da quei poveri pezzi di legno in cui vagì per la prima volta la felicità dell’uomo:

«Duemila anni fa», osservava il sacerdote ambrosiano don Giacomo Tantardini, «la felicità è venuta: ecco il paradiso. La felicità è venuta: non più promessa, non più indicata come termine del cammino umano. La felicità è venuta, il paradiso è venuto. È venuto nella carne così che fosse visto, così che fosse toccato, così che fosse abbracciato. Così che Agostino potesse dire: “Io sapevo che la felicità era Dio, ma non godevo di Te” – perché non si gode del sapere, si gode quando si è abbracciati. “Non godevo di Te finché umile non abbracciai il mio umile Dio Gesù” (Confessiones VII, 18, 24) […] Non Dio destino lontano, ma Dio fatto bambino, piccolissimo bambino: così il paradiso, la felicità è venuta incontro, si è fatta vicina, si è fatta a portata di occhi, a portata di cuore, a portata delle mani che la possono abbracciare. Il paradiso in terra è Lui» (G. Tantardini, L’umanità di Cristo è la nostra felicità, Roma 2011).

Le reliquie della sacra culla si trovano nella Confessione della Basilica, sotto l’altare maggiore, e sotto lo sguardo di Maria e Gesù, raffigurati nello stupendo mosaico dell’abside. Carlo Ossola ha spiegato come Dante abbia visto, restandone abbacinato, «il più grande trionfo di Maria che l’ultimo Medioevo le abbia consacrato: proprio poco prima dell’anno del Giubileo del 1300 (e del pellegrinaggio di Dante in Roma nell’anno ch’egli dichiara incipitario della sua Commedia) vennero ultimati i mosaici absidali di Jacopo Torriti in Santa Maria Maggiore con quel trionfale elogio dell’umano che è l’Incoronazione di Maria, sotto la quale, in asse, è raffigurato Gesù che porta teneramente tra le braccia l’animula di Maria, che confidente si posa come un’infante sul petto del Figlio».

Così, anche da quell’immagine, scaturirono i versi iniziali del XXXIII canto della terza cantica dantesca: «Vergine Madre, figlia del tuo Figlio, / umile e alta più che creatura, / termine fisso d’etterno consiglio, / tu se’ colei che l’umana natura / nobilitasti sì, che ‘l suo Fattore / non disdegnò di farsi sua fattura». Insomma: ecco il Paradiso.

Paolo Mattei