Lo sguardo dolce di Maria

22 Mag 2020

È una storia molto semplice ma anche molto antica quella che contrassegna Santa Maria presso San Celso, il più popolare santuario di Milano. L’inizio di questa storia infatti risale addirittura all’anno 395. Come attesta Paolino di Milano, biografo del vescovo Ambrogio, in quell’anno, “in un cimitero fuori della città” in località denominata dei “tre Mori”, in direzione sud, era stato rinvenuto il corpo intatto del martire Nazaro. “Il suo sangue ancora così fresco quasi fosse stato versato in quello stesso giorno”, annota Paolino, che del fatto dice di essere stato testimone oculare.

E continua: “Il suo capo, che era stato troncato dagli empi, così integro e incorrotto con i capelli e la barba, da sembrarci lavato e composto nel momento stesso in cui veniva esumato”. Gli empi a cui fa riferimento il biografo sono gli aguzzini agli ordini di Nerone: Nazaro, infatti, secondo tradizione, sarebbe stato battezzato da papa Lino e sarebbe morto nelle persecuzioni neroniane. La cronaca di Paolino quindi continua, riferendo che il vescovo Ambrogio fece portare il corpo, “composto su una lettiga”, nella basilica, appena costruita sulla via che portava verso Roma e dedicata ai santi apostoli (e che da allora venne chiamata dei Santi Apostoli e Nazaro).

Poi il vescovo era voluto tornare ai “tre Mori”, per “farvi orazione”, sul luogo dove, secondo tradizione era stato sepolto un altro martire, Celso, il martire ragazzino, che aveva voluto seguire Nazaro, lasciando la nativa Nizza, e che morì, come lui, nelle persecuzioni neroniane.

Una “notizia” passata di testimone in testimone, come racconta il biografo: “I custodi di quel luogo affermarono che era stata data dai loro genitori la consegna di non abbandonare mai quei luoghi, poiché vi erano riposti grandi tesori”. Notizia attendibile, sottolinea Paolino, visto che in quel cimitero poco dopo venne ritrovato anche il corpo di Celso. Questa volta Ambrogio ordinò che non venisse spostato. Fece costruire un sacello, una “cella memoriae”: sotto l’altare fece mettere la tomba del martire (e il sarcofago del IV secolo è ancora conservato nell’attuale santuario). Poi in una nicchia retrostante fece dipingere una tenera immagine della Madonna con il Bambino protetta da una grata.

Con il trascorrere dei secoli, l’area continuò a svolgere la sua funzione semplice e tradizionale di cimitero cristiano. L’immagine voluta da Ambrogio restò sempre al suo posto, protetta da una semplice inferriata, accanto al sepolcro di san Celso. I pellegrini continuavano a renderle omaggio. E se il tempo ne affievoliva colori e contorni, qualche mano arrivava sempre a sistemarli e a ravvivarli. Intorno all’anno 996 l’arcivescovo di Milano Landolfo da Carcano decise di costruire un edificio più ampio, per accogliere i pellegrini sempre più numerosi. La “basilichetta”, come gli storici la definiscono, venne affidata ai benedettini, il cui monastero, costruito sulla destra dell’edificio, avrebbe retto sino agli anni Trenta del secolo appena trascorso.

Attorno al monastero si sviluppò un borgo suburbano, il “borgo di San Celso”. Nel 1430 Filippo Maria Visconti, duca di Milano, ordinò di costruire, a fianco dell’antica “basilichetta”, un edificio più capiente. La nuova chiesa era in grado di contenere trecento persone, come annotano con puntiglio molto ambrosiano gli storici del tempo. Ed erano appunto stipati in trecento quel 30 dicembre 1485, quando avvenne il fatto che ha segnato la storia di questo luogo. Celebrava la messa, nella chiesa gremita, padre Pietro Porro. Era un venerdì, verso le ore 11. A un tratto la figura, pur quasi evanescente, della Madonna iniziò a muoversi: dapprima sollevando il velo che, dietro la grata, la proteggeva; poi, allargando le braccia, infine unendo le mani.

Anche il Bambino sembrò accennare a una benedizione verso i fedeli. “Un’esplosione di commovente entusiasmo, a dire dei presenti, avvenne”, scrive il più documentato storico del santuario, Ferdinando Reggiori, “e dovette seguire e protrarsi per giorni interi; accorrere di supplici, invocazioni di derelitti e di ammalati, grazie e guarigioni: la città intera ne era travolta”. Le testimonianze, che portarono in pochi mesi all’approvazione ecclesiastica (avvenuta il 1 aprile dell’anno seguente), sono tutte ancora raccolte nell’archivio del santuario. Veri e propri verbali “registrati” ad uno ad uno, con meticolosa precisione, testimonianze di fedeli d’ogni condizione e d’ogni provenienza, tutti presenti al “miracolo”.

Eccone una tra le tante: “L’anno 1486, la sera del 7 gennaio, in giorno di sabbato […] si presentò Giovanni Battista Stramitis, di Ambrogio, falegname, residente a porta Ticinese, nella parrocchia di san Giorgio al Palazzo che, invitato a dire la verità…”. Quel semplice falegname raccontò quello che aveva visto una settimana prima. Così continua il verbale: “Durante l’ultima orazione dopo la comunione vide […] il volto della Vergine che si muoveva e pareva vivo quasi donna che si affacciasse alla grata. Nel momento stesso tra gli astanti si sentirono gridare “misericordia!” tra molte lacrime. E si spostò verso l’alto il velo che era davanti alla grata e poi cadde e si vide la Vergine nella stessa posizione e vi rimase per lo spazio di almeno un paio di Ave Maria”.

Non accadde nient’altro. Non una parola, non una raccomandazione. Semplicemente, come Ambrogio aveva accennato nelle sue prediche, Maria si era fatta viva, per bontà, come aveva fatto con la cugina Elisabetta. Era rimasta con i suoi parenti — ora i suoi fedeli — per il tempo di un “un paio di Ave Marie”.
Nulla di più. Ma nulla di più chiedevano i fedeli nella Milano di quel tempo, che sul luogo di quell’apparizione, o meglio, sul luogo di quel “farsi presente”, vollero costruire una grande chiesa dedicata alla Madonna. Santa Maria presso San Celso, appunto: proprio come aveva originariamente suggerito Ambrogio. E in quel “presso” c’è tutta la fisicità e la tenerezza di un “farsi presente”, di un “restare presente”, senza strepiti né retorica.

Oggi Santa Maria presso San Celso è una bella chiesa, larga e sobria come le migliori chiese lombarde, affacciata su un trafficato e nevralgico corso cittadino (ieri corso San Celso, oggi corso Italia). È l’edificio voluto da Galeazzo Maria Sforza e iniziato nel 1493, ingrandito man mano che i pellegrini aumentavano. Nel 1513 venne costruito anche quel bellissimo quadriportico, così ampio e accogliente, che sembra pensato per accompagnare i pellegrini sin dentro il luogo del miracolo. All’interno del santuario c’è un piccolo scrigno di tesori dell’arte padana. Ma nulla “grida” la presenza che, ormai da oltre 16 secoli, abita quel luogo.

Sotto l’altare maggiore, in un’urna di vetro, vestito di paramenti dorati, c’è il corpo di Celso, il martire ragazzino. Un indizio: “presso” di lui, dunque, ci deve esser anche Maria. E così è. Ma la piccola edicola se ne sta, timida e nascosta, sotto la mensola di un massiccio altare barocco, addossato al pilastro di sinistra. Per vederla, ci si deve inginocchiare. Contiene quell’immagine tenera, sgualcita dal tempo, come screpolata.

Maria guarda con dolcezza il Bambino e lui con gesto ancora più dolce le prende la mano nella sua. L’immagine spunta da un muro incassato come se fosse una finestra con tanto di stipiti. E da quella finestra Maria si affaccia. I fedeli più anziani la conoscono come la “Madonnina di sant’Ambrogio e del Miracolo”. Dove per “miracolo” (al singolare, notate) si intende semplicemente quel suo affacciarsi. E la gioia che genera in chi, chinandosi, incrocia con lo sguardo il suo volto. Nulla di più.

Giuseppe Frangi

 

Articolo tratto da 30Giorni, n. 6 – 2003

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