La Madonna di Pompei: storia di una devozione

8 Mag 2020

L’8 maggio è il giorno della Supplica alla Madonna di Pompei, che si ripete anche la prima domenica di ottobre festa della Madonna Regina del Santo Rosario.

La storia di questa devozione mariana inizia grazie alla conversione di Bartolo Longo, avvenuta nel 1872: uno studente di giurisprudenza nato a Latiano in provincia di Brindisi, dalla vita piuttosto “movimentata”. Dal suo paese di origine, nel 1858, si era spostato a Napoli per studiare giurisprudenza, dove, soprattutto in ambito accademico, dilagava un acceso anticlericalismo.

Bartolo, dopo la lettura del libro “Le Vie de Jesus” del filosofo francese Ernest Renan, aderì completamente alla contestazione anticlericale; in quel periodo seguì anche le lezioni di Lettere e Filosofia di alcuni professori apertamente anticattolici come Augusto Vera, Bertrando Spaventa e Luigi Settembrini, improntate al positivismo dominante. Si avvicinò così a un movimento spiritista di tipo satanico che in quel tempo era molto diffuso nel napoletano e vi si impegnò tanto che divenne un “sacerdote satanista”.

Con il passare del tempo tuttavia si verificò in lui una profonda crisi; una vera e propria depressione psichica e fisica, indotta anche dai riti satanici che comportavano lunghi periodi di sacrifici e di digiuno; ma fortunatamente questa grave depressione non lo portò al suicidio, come invece accadde a un suo caro amico. Un avvenimento che lo turbò nel profondo: dopo una notte di incubi, si rivolse ad un amico, Vincenzo Pepe, suo compaesano e uomo molto religioso, che lo indirizzò alla direzione spirituale del domenicano padre Radente.

Nell’Ordine Domenicano era già presente una particolare attenzione per la preghiera del Santo Rosario e quindi per la Madonna del Rosario, una devozione molto antica che affonda le sue radici all’inizio dell’ordine, cioè nel XII secolo. Bartolo sviluppò così una forte devozione per il Santo Rosario e trovandone notevole giovamento spirituale volle ritornare dai suoi ex-compagni satanisti per tentare di convertirli, ma essi si limitarono a irriderlo.

Nel 1864, dopo la laurea, tornò al paese natio e, invece di intraprendere la professione di avvocato, si prodigò in opere di carità e fece voto di castità. A favorire tale disposizione, la vicinanza di un sant’uomo, il venerabile Emanuele Ribera, il quale gli preannunciò che avrebbe intrapreso una grande opera per la cristianità. Grazie alla divisione del patrimonio familiare, Bartolo ottenne una rendita annua di oltre 5.000 lire, somma elevata per l’epoca, che gli consentì di assegnare vitalizi e sostenere periodiche spese in favore di ammalati e bisognosi.

Gli amici santi e la “chiamata” di Maria

Per seguire tale nuova vocazione, tornò a Napoli, dove conobbe i futuri santi Ludovico di Casoria  e Caterina Volpicelli. Nella Casa Centrale che la Volpicelli aveva aperto a Napoli, Bartolo conobbe la contessa Marianna Farnararo De Fusco, dedita a opere caritatevoli e assistenziali, vedova del conte Albenzio De Fusco, i cui possedimenti si estendevano anche nella valle di Pompei.

Alla contessa, vedova di soli 27 anni con cinque figli in tenera età, serviva un amministratore per i suoi beni, nonché un precettore per i figli. Fu così che propose a Bartolo di stabilirsi in una residenza dei De Fusco. Questa conoscenza segnò una svolta fondamentale nella vita di Bartolo, poiché ne divenne l’inseparabile compagno nelle opere di carità.

Ma tale amicizia diede luogo a maldicenze, per cui, dopo un’udienza concessa da Papa Leone XIII, i due decisero di sposarsi, con il proposito però di vivere in castità, come avevano fatto fino ad allora.

Il primo vero contatto di Bartolo con i pompeiani avvenne nel 1872, quando egli si recò nella valle di Pompei per sistemare i rapporti economici tra la contessa De Fusco e gli affittuari dei suoi possedimenti. In tale occasione ebbe modo di notare lo stato di abbandono e di estrema povertà in cui vivevano i circa mille abitanti della zona e notò in quale stato di rovina si trovava la parrocchia del SS. Salvatore, umile e antica chiesa, le cui origini risalivano al 1093 e intorno alla quale si erano stretti i primi abitanti dell’agro pompeiano.

Un giorno, vagando per quei campi, in contrada Arpaia, Bartolo sentì una dolcissima voce di donna che gli diceva: «Se propaghi il Rosario, sarai salvo!». Era la voce della Madonna che lo chiamava a diffondere la preghiera a Lei più gradita. E subito dopo udì l’eco di una campana lontana, che suonava l’Angelus di mezzogiorno; egli allora si inginocchiò a pregare fino a raggiungere una grande pace interiore, mai provata prima.

Ebbe così ancora più chiara la missione da compiere e iniziò a progettare la costituzione di una “pia società” intitolata al Santo Rosario, da realizzarsi proprio in quella valle abbandonata, per suscitare nella povera gente «la speranza del perdono con la devozione a Maria e segnatamente al suo Rosario», come scriverà lui stesso nella sua “Storia del Santuario di Pompei”.

Il quadro della Madonna di Pompei

Nei tre anni successivi tornò tra i pompeiani più volte per diffondere la devozione al Santo Rosario, ma, ritenendo necessario che la preghiera avvenisse davanti a una bella immagine dalla Madonna, iniziò a cercarne una. Il 13 novembre 1875 si recò così a Napoli avendo in mente di acquistare un quadro già visto in un negozio, ma le cose non andarono come previsto. Per puro caso, infatti, incontrò padre Radente, che gli suggerì di andare al Conservatorio del Rosario di Portamedina e di chiedere, a suo nome, a suor Maria Concetta De Litala un vecchio quadro del Rosario che egli stesso le aveva affidato dieci anni prima.

Bartolo seguì il suggerimento, ma quando la suora gli mostrò il quadro fu preso da sgomento: lo descriverà così: «Era non solo una vecchia e logora tela, ma il viso della Madonna, meglio di una vergine benigna, tutta santità e grazia, parea piuttosto di un donnone ruvido e rozzo […]. Oltre alla deformità e spiacevolezza del viso, mancava pure sul capo della Vergine un palmo di tela; tutto il manto era screpolato e roso dal tempo e bucherellato dalla tignola, e per le screpolature erano distaccati qua e là brani di colore. Nulla è a dire della bruttezza degli altri personaggi. S. Domenico a destra sembrava, più che un Santo, un idiota da trivio; ed a sinistra era una Santa Rosa, con una faccia grassa, ruvida e volgare, come una contadina coronata di rose» (per inciso, alcune sacre immagini moderne indulgono in simili nefandezze…).

L’uomo fu sul punto di declinare l’offerta, ma ritirò comunque il dono per l’insistenza della suora. Nel tardo pomeriggio l’immagine della Madonna giunse così a Pompei, su un carretto altre volte adibito al trasporto del letame, e fu scaricata con la sua lurida coperta di fronte alla fatiscente Parrocchia del SS. Salvatore, dove ad aspettarla c’erano l’anziano parroco Cirillo, Bartolo e altri pochi abitanti.

Lo sgomento iniziale di Bartolo colse anche tutti i presenti quando, tolta la coperta, fu mostrato il quadro. Furono tutti d’accordo che l’immagine non si poteva esporre, per timore di interdetto, prima di un restauro anche solo parziale. Al primo restauro, nel corso degli anni ne seguirono altri e per i primi tre anni il quadro fu esposto nella Parrocchia del SS. Salvatore. Tuttavia, anche dopo i restauri, il volto della Madonna non era migliorato sensibilmente né si sapeva cosa fare.

A quanto pare fu la Madonna stessa ad abbellire prodigiosamente la sua immagine! Infatti Bartolo racconta che dal giorno in cui nel 1881 il quadro fu tolto dalla chiesetta del SS.mo Salvatore e posto in una delle cappelle laterali del nascente Santuario, il volto della Vergine cominciò a trasformarsi, assumendo una particolare bellezza che faceva vibrare i cuori di quanti vi si accostavano per pregare. Tanti iniziarono anche a donare alla Madonna preziosi e gioielli, come ad esempio i quattro smeraldi dei signori ebrei Henry Kaminker e Jacques Sloag, che, insieme ad altri brillanti, furono posti direttamente sulla tela (1).

Il santuario e i miracoli

A suggerire a Bartolo la costruzione di una nuova chiesa fu il vescovo di Nola, che gli indicò anche un terreno adatto allo scopo. Iniziarono così le peregrinazioni di Bartolo e della contessa in cerca dei fondi necessari, da donare con una sottoscrizione da “un soldo al mese”. Il 13 febbraio 1876, giorno in cui per la prima volta il quadro della Madonna fu esposto alla pubblica venerazione, si verificò il primo miracolo: la completa guarigione della dodicenne Clorinda, giudicata inguaribile dal celebre professore Antonio Cardarelli, e per la cui salvezza la zia Anna aveva aderito alle offerte per la nascente chiesa. Sarà il primo di una lunga serie di miracoli e grazie ascritti al Santuario di Pompei.

Da Napoli, e successivamente da tutto il mondo, iniziarono a giungere offerte per la costruzione della nuova chiesa. Il quadro della Madonna fu posto su un altare provvisorio in una cappella (detta poi di Santa Caterina), nella erigenda chiesa, che l’architetto Antonio Cua si offrì gratuitamente di progettare e supervisionarne i lavori.

Il 14 ottobre 1883, ventimila pellegrini, riuniti a Pompei recitarono, per la prima volta, la Supplica alla Vergine del Rosario, scritta da Bartolo Longo. Nel frattempo intorno al grande cantiere per la chiesa, Bartolo diede forma alla nuova città, con le case per gli operai (primo esempio di edilizia sociale), il telegrafo, un piccolo ospedale, l’osservatorio meteorologico e quello geodinamico. Nel 1891 il santuario fu consacrato.

In questo periodo Bartolo maturò la sua intuizione più originale, e cioè non solo credere nella possibilità del recupero dei figli dei carcerati, ma scommettere sul fatto che essi, a loro volta, avrebbero potuto salvare i loro genitori dalla disperazione. Nel 1892 veniva così posta la prima pietra dell’Ospizio per i figli dei carcerati, che in seguito si arricchì anche delle figlie. Dopo appena sei anni gli allievi erano oltre cento. Un’opera difficile e controcorrente, combattuta dalla cultura e dalla scienza positivista del tempo, che escludeva la possibilità di educare i figli dei delinquenti. Il Signore, tramite Bartolo, dimostrò il contrario.

Negli ultimi mesi di vita, Bartolo poté godere dell’amicizia del dottor Giuseppe Moscati, proclamato santo il 25 ottobre 1987 da papa Giovanni Paolo II, che spesso incontrava per consulti medici. I due strinsero una forte amicizia, che si concluse solo quando, nella mattinata del 5 ottobre 1926, Moscati andò a Pompei ad assisterlo per l’ultima volta.

Nel pomeriggio di quel giorno, tornando a Napoli, senza saper nulla di quello che intanto accadeva a Pompei, disse ai suoi familiari: «Don Bartolo è passato in cielo». Bartolo morì poverissimo, potendo disporre soltanto del proprio lettino, poiché tutto il mobilio dell’appartamento era stato inventariato e vincolato da un sequestro conservativo ottenuto contro di lui da parenti in agguato. Il processo di beatificazione cominciò subito dopo la sua morte ed è stato beatificato da Giovanni Paolo II il 26 ottobre 1980.

Pina Baglioni

(1) Nel corso di un ulteriore restauro, avvenuto nel 1965, il quadro fu affidato ai padri Benedettini Olivetani di Roma, i quali scoprirono che, sotto i colori dei precedenti restauri, il quadro acquistato da padre Radente per appena 8 carlini (più o meno 40€ attuali), nascondeva in realtà una tela della scuola di Luca Giordano, famoso pittore napoletano del XVII° secolo.

Ps. Pio XI, con Breve Apostolico del 20 luglio 1925, ha concesso l’indulgenza plenaria a coloro che reciteranno la Supplica, confessati e comunicati.

 

 

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