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il 6 aprile si aprirà il processo di beatificazione di Natuzza Evolo, morta nel 2008, la cui fama di santità era diffusa mentre era ancora in vita. Paravati, paesino della Calabria nel quale visse, fu infatti per decenni meta di pellegrinaggi di gente che accorreva da ogni parte d’Italia.

Una santità che ricorda un po’ quella di padre Pio, quella di Natuzza: come lui ebbe le stimmate e partecipò ai dolori della Passione. Ma era il dialogo coi defunti e con gli angeli quello per cui tanti si accostavano a lei, spesso per chiederle la sorte ultraterrena dei propri cari.

Incontri commossi quelli con la santa, come sa bene chi scrive, che ricorda il proprio genitore, non  cristiano, accostarsi a Natuzza per aver accompagnato la moglie. “Tu non credi, sei qui solo per curiosità”, lo salutò subito, senza che egli avesse proferito parola.”Ma sei buono… soffrirai tanto, ma pregherò per te”.

Ne uscì commosso alle lacrime. Non divenne cristiano per questo, ma ebbe in sorte di ricevere l’estrema unzione prima di morire, rubando, come il buon ladrone, quel paradiso cui pure non credeva, come ebbe accennare don Giacomo Tantardini al funerale.

Una grazia finale di certo propiziata anche da quelle preghiere. Ma non è del proprio caro che occorre parlare, ma della santa che, come padre Pio, fu trattata da pazza da padre Gemelli e costretta in manicomio, prima che la lasciassero in pace.

Aveva dono inconsueto: quando metteva un fazzoletto o una pezza sulle sue piaghe sanguinanti vi si disegnavano immagini celesti (emografie). Dono che forse sconcerta. Ma il Signore dona quel che vuole a chi vuole, per ragioni tutte sue.

Parlava lingue straniere mai studiate, prediceva il futuro, conosceva il passato di ignoti visitatori. Ma diceva sempre che non era lei a fare, era Gesù: “Io sono un verme di terra, non è che faccio miracoli, sono una poveraccia. Questo non lo faccio io, ma lo fa il Signore. Io mi impegno solo per pregare”.

Era simpatica, schietta e affettiva con il Signore: “Voi non dite niente a stu’ Cristo? Nemmeno gli dite: “Ti amo, Signore! Ti voglio bene, ti adoro?’”

Sposata e con figli, era anche un’ottima cuoca. E spesso con le risicate provviste di casa riusciva a sfamare numerosi e imprevisti ospiti. E ne avanzava.

Ed era semplice. Ricordò di aver esclamato: “O Madonna mia, se sapevo leggere, ve ne facevo belle meditazioni!”. Al che la dolce Madre di Gesù: “Non c’è bisogno di questo, basta un’Ave Maria detta bene!”.

Piace ricordare un particolare dolce della sua vita, quando, bambina, doveva accudire i fratelli più piccoli.

Quasi ogni pomeriggio si presentava a casa sua un bambino bellissimo, che si metteva a giocare alle noccioline con lei e i due fratelli. Finito il gioco, il fanciullo accennava saluto e andava via, per la disperazione del più piccolo, perché senza un quarto non si poteva giocare al suo gioco preferito.

In cuor suo Natuzza pensò sempre che quel bambino fosse Gesù, ma evidentemente non chiese mai conferma, forse ritenendola domanda impudente.

Settanta anni dopo fu Gesù stesso a confermarglielo, con queste parole: “Ti ho scelto nel grembo di tua madre, prima che tu nascessi. Mi innamorai di te e tu di me. Vedi, l’Amore mio è dolce come quello di un papà che è nel Cielo, mentre l’amore di un papà della Terra è grande, ma ha mille cose da pensare […] Quando eri piccola ho giocato con te come se fossi un papà della Terra”.

Fu scelta, non fu lei a scegliere. Che poi è il segreto più dolce della santità.

Luca Romano