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Sulle scale del Pretorio, Gesù, in un momento di tristezza e solitudine, si lascia andare ad un gesto assolutamente umano: si abbandona sul gradino, con la corona di spine sul capo e le mani legate che reggono una canna, in mano una canna, l’ironico scettro conferitogli dai soldati che l’hanno schernito e percosso dopo la flagellazione.

Con lui c’è solo l’angelo che gli regge la tunica di cui è stato spogliato. Possiamo solo immaginare che nelle stanze affianco altri stiano decidendo il suo destino. Tra poco gli toccherà affacciarsi al balcone dell’Ecce Homo, sottoponendosi al ludibrio collettivo.

Il soggetto è dunque più che raro, unico. Certamente il Moretto, il grande artista bresciano che lo ha dipinto intorno al 1550, aveva alle sue spalle qualche esegeta di particolare sensibilità con il quale ha messo a punto questo soggetto (comunque evocato dalla letteratura devozionale dell’epoca).

Ma è tutta sua la capacità di entrare in questo modo struggente e sorprendente nell’intimità di Cristo. È un momento collaterale della passione; uno di quei momenti che non hanno importanza pubblica nel racconto dei fatti. È un momento che quindi può essere solo immaginato, ma che nonostante questo appare assolutamente verosimile.

Ci si può chiedere cosa aggiunga una testimonianza come questa, dal punto di vista della ricostruzione dei fatti. Credo che aggiunga tantissimo: ci dà infatti una percezione ancor più tangibile della reale umanità di Cristo, proprio come la pagine di Charles Péguy dedicate alle esitazioni di Gesù nell’Orto degli Ulivi (le si possono leggere in “Véronique“).

È una percezione ancor più reale perché abbraccia anche quella dimensione così preponderante nella nostra identità moderna, che è la dimensione psicologica. Cristo non è solo fisicamente ferito, è anche prostrato per la solitudine, per l’amarezza, per la fatica immensa di aderire a questo destino. Non c’è nulla di automatico e di pre-scritto nella passione di Gesù.

E questo sguardo colto dietro le quinte ce ne dà una conferma. Esponendosi in questo atteggiamento così “privato” Cristo è come se interpellasse il nostro di “privato”; come se cercasse il nostro sguardo e la nostra adesione al suo dolore, al di là della buona ritualità che caratterizza questi momenti.

Ci guarda, un po’ di traverso; ci presenta il suo corpo violato, che la povertà della dominante grigia rende ancora più credibile e vero. Come può non commuoverci per un incontro così?

Giuseppe Frangi