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Ieri, memoria di san Francesco. Jacqes Le Goff, considerato il più autorevole storico del Medioevo, nutrì grande interesse per il poverello di Assisi, che lo attirò dopo la lettura, “commossa”, del “Cantico di frate sole” (o “Cantico delle creature”, riportato con cenni storici interessanti, sul sito della Custodia di Terra Santa).

Il suo approccio al santo Le Goff lo ha raccontato in un’intervista a Paolo Mattei per 30Giorni, nella quale spiegava il suo interesse per l’assisiate, al quale ha dedicato tanto studio, poi condensato nel libro “San Francesco d’Assisi“. Dell’intervista, molto bella, riportiamo un passaggio.

Nell’epoca in cui visse Francesco, spiega lo storico, caratterizzata da cambiamenti epocali, si diffuse «la povertà praticata come ideale di vita evangelica in contrasto con l’accumulazione di beni terreni da parte della Chiesa e dei fedeli».

Tanti, dunque, i “poveri di Cristo”. «Francesco – continua Le Goff -, che considerava la pratica della povertà basilare regola del suo ordine, non cedette però alla tentazione eretica in cui invece cadde la gran parte di questi “poveri”, perché egli era attaccato visceralmente a ciò che considerava fondamentale per la vita cristiana e per la salvezza: i sacramenti, specialmente l’Eucarestia. Se nella povertà, come nella natura, nel creato, insomma nella realtà concreta Francesco, senza il minimo sentore di panteismo, vede la presenza di Dio, nello stesso tempo gli è chiaro che l’incontro fra Dio e l’uomo si realizza efficacemente e pienamente per mezzo dei sacramenti».

Un’idea che Le Goff ripete nel suo libro sul santo e che ha ribadito nella sua ultima intervista, rilasciata poco prima di morire, a Fabio Gambaro, per la Repubblica: «Contrariamente a tutte le eresie emerse tra il XII e XIII secolo, Francesco è rimasto all’interno della Chiesa perché provava il bisogno dei sacramenti».

Cenno più che interessante, come interessante appare l’insistenza sul punto da parte dello storico.

Quel che indica tale affermazione è che le eresie antiche sono nate in genere da controversie sulla natura del Signore Gesù Cristo, quelle dell’alto Medioevo sul suo operare nel mondo, ovvero i sacramenti, segni visibili, terminali, della grazia di Dio.

Non è una deriva limitata al tempo. Oggi come allora, è presente il rischio di dare un’importanza solo relativa ai sacramenti, in nome di una religiosità, di uno spiritualismo o di un attivismo che rende più rilevante altro che non l’operare di Dio.

Di certo interesse anche la conclusione dell’intervista a 30Giorni: «Anche se esco dal campo degli studi storici, mi permetto di dire che pur non essendo personalmente né praticante né credente, ammiro il modo in cui la Chiesa è sempre salvata da qualche suo figlio. Mi sembra che proprio la presenza di questi figli, come Francesco, nella storia della Chiesa permetta al cristiano di credere nello Spirito Santo».

Questo accenno al fatto che la Chiesa è salvata dai santi e non da un umano attivismo o riformismo, è definitivo. Il fatto che lo comprenda un non credente più di tanti cristiani e uomini di Chiesa non è solo un elemento di critica a tale miopia, anche in buona fede, ma rende anche evidente la fantasia e, perché no, l’ironia di Dio, che dà l’intelligenza a chi vuole lui.

Luca Romano