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Nel maggio del 1897, Teresina del Bambin Gesù e del Volto Santo, stremata dalla tubercolosi, scrive un componimento dedicato alla Madonna: Perché ti amo, o Maria! Sarà il suo ultimo scritto. Muore, infatti, quattro mesi dopo, il 30 settembre.

Le poesie di Teresa di Lisieux sono la parte meno conosciuta dei suoi scritti: ne compose oltre sessanta, di cui quindici sono rimaste inedite fino al 1979. Trascurate per molto tempo, sono ormai considerate dagli studiosi testi fondamentali per comprendere la santa della Piccola via.

Si tratta di composizioni recitate dalla comunità di Lisieux, secondo il costume delle Carmelitane, sull’esempio di Santa Teresa d’Avila, in varie circostanze ricreative. Poesie su commissione, dunque, che Teresina utilizza anche quando fa lezione alle novizie.

Teresina sceglie personalmente gli argomenti: Gesù, il Sacro Cuore, la Madonna, san Giuseppe, Giovanna d’Arco. E così le fonti d’ispirazione: testi evangelici, biblici, liturgici etc.. 

In questo lungo componimento troviamo tutto l’amore di Teresina alla Madre di Gesù. La guarda attraverso i Vangeli, senza inventarsi nulla, con uno sguardo del tutto singolare.

Come l’accenno delle nozze di Cana o la bellissima spiegazione dell’apparente richiamo che Gesù rivolge al discepolo che gli indica la presenza di sua madre tra la folla.

Ma forse l’accenno più bello è quando Teresina spiega che a Maria non sono stati dati doni di altri santi, quali la profezia, le estasi o altro. La sua vita certo è del tutto singolare, e però è anche la vita di una donna comune.

Una vita comune, come quella dei tanti peccatori a lei affidati. Una semplicità che vuole indicare come la via al Cielo sia facile, fatta per noi, comuni mortali.

Facile come è stata facile, pur nelle tribolazioni, per la Madonna, Quae pervia coeli porta manes, Lei che “resta facile porta del Cielo”, come recita l’Alma redemptoris Mater.

Il componimento è lungo, ma va bene così. È il mese di maggio, dedicato alla Madonna. E questo scritto è un buon modo per renderle il dovuto omaggio.

di Pina Baglioni

 

Perché ti amo, o Maria!

Voglio cantare, Maria, perché ti amo! Perché il tuo nome così dolce fa trasalire il mio cuore. E perché il pensiero della tua suprema grandezza non ispira timore nell’anima mia.

Se ti contemplassi nella tua sublime gloria, che di tanto sorpassa lo splendore di tutti i beati, non potrei credere che sono la tua bambina, Maria, e davanti a te abbasserei gli occhi!

Perché  un bambino possa amare la mamma occorre che questa pianga con lui, partecipi dei suoi dolori.

Madre amata, quante lacrime hai versato su questa terra straniera per attirarmi a te! E meditando la tua vita nel santo Vangelo, io oso guardarti e avvicinarmi a te: non mi è difficile credermi tua bambina, perché ti vedo mortale e sofferente come me.

Quando l’angelo del Cielo ti offre di essere la madre del Dio che  deve regnare in eterno…

«Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».

… Ti vedo prediletta, Maria, quale stupendo mistero! L’ineffabile tesoro della verginità.

E comprendo che la tua anima, Vergine Immacolata, è più cara al Signore del Suo bel Paradiso: che la tua anima, umile e dolce valle, può contenere Gesù, l’Oceano dell’Amore.

Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime.

Ti amo, Maria, mentre dici essere la serva di quel Dio che rapisci per la tua umiltà.

Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto».

Questa virtù nascosta ti fa onnipotente. Attira nel tuo cuore la santa Trinità. Allora lo Spirito d’Amore ti copre con la sua ombra.

Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio.

Il Figlio uguale al Padre si è fatto carne in te. E numerosi saranno i suoi fratelli peccatori, si dice che dovrà chiamarsi: Gesù, tuo primogenito!

Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo.

Madre amatissima, malgrado la mia piccolezza, come te possiedo l’Onnipotente. Ma non tremo per la mia fragilità: i tesori della madre appartengono al suo bambino. E  io sono la tua bambina, Madre amatissima! Le tue virtù, il tuo Amore, non sono forse in me? Per questo, quando la bianca Ostia, il tuo dolce Agnello, scende nel mio cuore, Egli crede di riposare in te.

Tu mi fai sentire che non è impossibile camminare sui tuoi passi, o Regina degli eletti, tu hai reso visibile lo stretto sentiero del Cielo.

Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!

Quanti praticano sempre le più umili virtù. Dietro di te, Maria, voglio restare piccola; vedo la vanità delle grandezze della terra. Da santa Elisabetta, che riceve la tua visita, imparo a praticare l’ardente carità.

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta

Là ascolto felice, dolce Regina degli Angeli, il cantico sacro che sgorga dal tuo cuore.

L’anima mia magnifica il Signore/ e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,/ perché ha guardato l’umiltà della sua serva./ D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata./ Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente/ e Santo è il suo nome:/ di generazione in generazione la sua misericordia/ si stende su quelli che lo temono. / Ha spiegato la potenza del suo braccio,/ ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; / ha rovesciato i potenti dai troni,/
ha innalzato gli umili; / ha ricolmato di beni gli affamati, / ha rimandato i ricchi a mani vuote. / Ha soccorso Israele, suo servo, / ricordandosi della sua misericordia, / come aveva promesso ai nostri padri, / ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre.

Tu mi insegni a cantare le divine lodi, a esultare in Gesù mio Salvatore. Le tue parole d’amore sono  mistiche rose che devono essere conservate nei secoli. Grandi cose ha fatto in te l’Onnipotente. Voglio meditarlo, per benedirlo.

Quando il buon Giuseppe ignora ancora il miracolo che nella tua umiltà vorresti nascondere…

Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo».

…Tu lo lasci al pianto, presso il tabernacolo che vela la divina bellezza del Salvatore. Oh, quanto mi è caro il tuo eloquente silenzio! Per me è dolce e melodioso concerto, che mi parla della grandezza e onnipotenza di un’anima che non attende altro aiuto se non quello dei Cieli…

Poi a Betlemme, o Giuseppe e Maria, io vi vedo respinti da tutti; nessuno vuole ospitare nella sua locanda dei poveri forestieri, c’è posto solo per i grandi.

C’è posto solo per i grandi e la Regina del Cielo deve partorire un Dio in una stalla. O Madre amata, quanto sei cara e come ti vedo grande in quel povero luogo!

Quando vedo l’Eterno avvolto in fasce, e quando sento il flebile pianto del Verbo divino…

In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.

O Madre cara, io non invidio più gli angeli, perché il Potente Signore è mio dilettissimo fratello. Quanto ti amo Maria, tu che su queste rive hai fatto fiorire un tale Fiore Divino! E come t’amo, mentre ascolti i pastori e i Re Magi, e custodisci nel tuo cuore tutte queste cose.

Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: «Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». Andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore.

E ti amo quando vai tra con le altre donne, incamminate verso il santo Tempio; ti amo quando presenti il Salvatore delle nostre anime al benedetto vegliardo che lo stringe fra le sue braccia: prima ascolto sorridendo il suo inno, ma presto il suo accento mi fa versare lacrime. Fissando il suo sguardo profetico nel futuro, ti annuncia una spada di dolore.

Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d’Israele; lo Spirito Santo che era sopra di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, lo prese tra le braccia e benedisse Dio:
«Ora lascia, o Signore, che il tuo servo
vada in pace secondo la tua parola;
perché i miei occhi han visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli,
luce per illuminare le genti
e gloria del tuo popolo Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione, perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima».

Regina dei martiri, sul finire della tua vita questa dolorosa spada trapasserà il tuo cuore. Ma già devi lasciare la tua terra per sfuggire al geloso furore di un re.

Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo».
Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, 15 dove rimase fino alla morte di Erode, perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: “Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio”.

Gesù dorme in pace tra i lini del tuo seno ed ecco Giuseppe che viene a pregarti di partire immediatamente. Anche qui si svela la tua obbedienza, tu parti subito, senza chiedere nulla.

In terra d’Egitto, o Maria, vedo che nella povertà il tuo cuore resta gioioso: perché Gesù è là e quale patria è più bella di questa?  Che ti importa l’esilio?  Possiedi i Cieli… ma a Gerusalemme un’amara tristezza, come un’oceano, inonda il tuo cuore: Gesù, per tre giorni, si cela alla tua tenerezza; allora sì che conosci tutti i rigori dell’esilio!

i suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l’usanza; ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero le sue parole. Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini

Alla fine lo rivedi, con gran trasporto d’amore: e dici al bel Fanciullo che confonde i Dottori: “Figlio mio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre ed io, angosciati ti cercavamo!” E il divino Fanciullo risponde (che profondo mistero!) alla madre amata che gli tende le braccia: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io mi devo occupare delle opere del Padre mio?”

Il Vangelo mi insegna che cresceva in saggezza. Gesù restava sottomesso a Maria e a Giuseppe. Ed il mio cuore mi rivela con quale tenerezza Egli obbediva sempre ai suoi amati genitori. Ma ora capisco il mistero del Tempio, la misteriose parole del mio dolce Re. Maria, il tuo dolce Fanciullo vuole che tu sia l’esempio dell’anima che Lo cerca nella notte della fede.

Perché il Re dei Cieli volle che anche Sua Madre fosse immersa nella notte, nell’angoscia del cuore. Maria, è dunque un bene soffrire qui in terra?  Sì, soffrire amando è la più pura delle gioie. Gesù può riprendersi tutto quel che mi ha dato, digli pure di non disturbarsi più per me. Può ben nascondersi; io accetto di aspettarlo fino al giorno senza tramonto, quando la mia fede si spegnerà.

Madre piena di grazia, io so che a Nazareth vivesti assai poveramente, senza volere nulla di più: né estasi, né miracoli, né rapimenti abbellirono la tua vita, o Regina degli eletti. Il numero dei piccoli è molto grande su questa terra; essi possono, senza timore, alzare gli occhi a te. È per una strada comune, incomparabile Madre, che vuoi camminare, per poterli guidare al Cielo.

In attesa del Cielo, mia amatissima Madre, voglio vivere con te, seguirti ogni giorno, Madre, guardandoti. Scoprendo nel tuo cuore gli abissi dell’Amore. Il tuo sguardo materno dissipa tutte le mie paure. Mi insegna a piangere, mi insegna a gioire. Invece di disprezzare le gioie pure e sante le vuoi condividere, ti degni di benedirle.

Vedendo l’inquietudine, che non potevano nascondere, degli sposi di Cana, perché il vino mancava, nella tua sollecitudine ricorresti al Salvatore, sperando nel soccorso del suo potere divino. Gesù parve dapprima respingere la tua preghiera. Ti rispose: “Che ci importa, donna, a me e a te di questo?” . Ma in fondo al cuore Egli ti chiama sua Madre e per te compie il suo primo miracolo.

Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». E Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora». La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà».
Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le giare»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono». Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui. Dopo questo fatto, discese a Cafarnao insieme con sua madre, i fratelli e i suoi discepoli e si fermarono colà solo pochi giorni.

Un giorno, mentre i peccatori ascoltano la dottrina di Colui che vorrebbe abbracciarli in Cielo, ti trovo con loro, Madre, sulla collina. Qualcuno avverte Gesù che tu vorresti vederlo ed allora, davanti a tutta quella folla, il tuo divin Figlio mostra l’immensità del Suo amore per noi, dicendo: “Chi è mio fratello, mia sorella e mia madre se non colui che fa la mia volontà?”

Vergine Immacolata, tenerissima Madre! Ascoltando Gesù non ti rattristi affatto, ma ti rallegri che Egli ci faccia comprendere che la nostra anima è la Sua famiglia su questa terra. Sì, ti rallegri che ci dia la Sua vita, i tesori infiniti della Sua divinità. Come non amarti, o Madre amata, vedendo tanto amore e tanta umiltà?

Tu ci ami, Maria, come ci ama Gesù; e per noi accetti di allontanarti da Lui. Amare è dare tutto, anche se stesso, e tu hai voluto provarlo restando nostro sostegno. Il Salvatore conosceva la tua immensa tenerezza, conosceva i segreti del tuo cuore materno, Refugio dei peccatori, è a Te che Egli ci affida quando lascia la Croce per attenderci in Cielo.

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.

Maria, in cima al Calvario, in piedi presso la croce, mi appari come un sacerdote presso l’altare; mentre offri, per placare la giustizia del Padre, il tuo diletto Gesù, il dolce Emmanuele. Un profeta ha detto, Madre desolata: “Non c’è un dolore simile al tuo dolore”. O Regina dei martiri, nel restare così, abbandonata, tu offri per noi tutto il sangue del tuo cuore!

La casa di San Giovanni diventa il tuo solo asilo, il figlio di Zebedeo deve rimpiazzare Gesù. È l’ultimo dettaglio che ci offre il Vangelo; non parlerà più della Regina del Cielo. Ma il suo profondo silenzio, dilettissima Madre, non rivela forse che l’Eterno Verbo vuol Lui stesso cantare i segreti della tua vita, per attrarre i tuoi bambini, tutti gli Eletti del Cielo?

Presto ascolterò questa dolce armonia, presto verrò a vederti nella bellezza del Cielo!  Tu che mi sorridesti fin dal primo mattino della vita, ti appresti a sorridermi ancora.. Madre, ecco la sera! Ma io non ho più timore dello splendore della tua gloria suprema; ho sofferto con te e ora voglio cantare sulle tue ginocchia, Maria, perché ti amo; e ripetere per sempre che sono la tua bambina!

 

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