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Adoramus Te Christe et benedicimus tibi, quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum. È la breve preghiera che la Chiesa invita a recitare per contemplare, ovvero guardare con interesse del cuore, il mistero della croce.

Ci è parso uno spunto facile per ricordare che oggi la Chiesa fa festa: è l’esaltazione della Santa Croce. Quella croce che da quel giorno accompagna i fedeli del Signore sparsi per il mondo.

Basta un segno di croce, magari fatto in fretta e senza neanche stare a pensarci su, a convertire (ri-orientare) il cuore a Dio. A farci cioè tornare bambini, almeno per quell’istante, fuggevole ai nostri occhi ma non a quelli del Signore.

In questo giorno vogliamo raccontare la storia di un crocifisso alquanto insolito. Una raffigurazione in cui Gesù, sulla croce, sorride.

La scultura in questione si trova nel Santuario del Crocifisso, che prende il nome da questa opera, sito a Nemi, presso Roma.

La sua storia è singolare. Nel 1669, un umile frate francescano, fra’ Vincenzo da Bassiano, di ritorno dalla Palestina, dove si era recato in pellegrinaggio al Santo Sepolcro, portò con sé un legno proveniente dal monte Calvario, col quale voleva scolpire un Crocifisso.

Tornato al convento di Nemi, si appresta all’opera, che vuole più realistica possibile, perché sia testimonianza dell’umanità di Gesù, tanto cara al popolo cristiano.

Da qui anche l’idea di fare una scultura a grandezza naturale, alla quale si dedica, come spiega padre Casimiro da Roma (che racconterà questa storia un secolo dopo), nei venerdì della settimana, giorno che riserva alla penitenza e preghiera.

Così nello scolpire prega il Signore affinché la sua opera venga su “a benefizio delle anime”, ché il frate non ha punto velleità artistiche.

Finito il corpo, inizia ad abbozzare il volto. Ma le sue mani non riescono a muoversi secondo le intenzioni della mente e del cuore. E non viene su nulla.

Stanco e sfiduciato, si prostra davanti al suo crocifisso acefalo e prega il Signore perché gli conceda di condurre a termine l’opera. Poi, esausto, si addormenta.

All’alba, come al solito, è svegliato dalla campanella del convento che lo invita alla recita del Mattutino. Gli occhi vanno istintivamente al crocifisso davanti al quale si era addormentato.

E resta sbigottito: un viso bellissimo, divinamente espressivo, fa bella mostra di sé sul tronco lasciato incompleto la sera prima…

Se l’autore della scultura appare certo, la storia connessa è tenuta per mera leggenda, nonostante la “fama costante” sulla miracolosità dell’evento accennata da padre Casimiro.

Una leggenda presumibilmente nata da quell’impossibile sorriso, ma anche da un’altra particolarità della scultura: la sua impressionante accuratezza.

Essa, infatti, a un esame approfondito, presenta denti (superiori ed inferiori) modellati in maniera più che realistica. Come più che realistici sono lingua e palato che si intravedono appena nella bocca semiaperta. Un palato scolpito peraltro fin nel profondo, ad arrivare all’ugola.

Tutti particolari di per sé inutili e per questo ancor più significativi. A testimonianza della grande perizia dello scultore o, secondo la leggenda, del soprannaturale intervento.

Nel suo blog, Ettore Ricci, frate dell’ordine della Beata Vergine Maria della Mercede che vive in un monastero collegato al Santuario, fa notare come frà Vincenzo abbia raffigurato la Passione senza indulgere in erronei irenismi. Gesù è “ritratto nella tragicità degli spasmi della morte” e della morte “di croce”.

Tutta la scultura parla di quel lontano, tanto prossimo dolore. I capelli ritorti perché “intrisi di sangue”; la “corona di spine ferocemente infissa sul capo, il corpo straziato da evidenti piaghe – vistosa quella del costato dal quale fuoriesce un notevole fiotto di sangue rappreso, e quella sulla spalla causata dal peso della croce trasportata verso il calvario -, le ferite dei chiodi nelle mani e nei piedi fortemente deformati dal peso del corpo che sopportano, il torace inarcato che evidenzia la fatica del crocifisso nel trarre il respiro”.

Eppure quel sorriso impossibile parla d’altro: di abbandono bambino nelle braccia del Padre, di amore e compassione. Di Carità infinita.

Adoramus Te Christe et benedicimus tibi quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum.

 


 

Luca Romano