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Tra le persone intervistate da Nanni Moretti nel suo nuovo film-documentario “Santiago, Italia” – «persone normali, non studiosi, esperti, storici, no: gente comune», ha sottolineato il regista in un’intervista –, c’è un signore sulla sessantina che, a un certo punto, mentre sta raccontando un frammento importante della propria vita, si commuove e, per alcuni istanti, non riesce ad andare avanti nella sua testimonianza. Si ferma, esita, indugia, sembra cercare con gli occhi da qualche parte, nel piccolo spazio della stanza in cui si trova, le parole – o la parola –, senza trovarle.

È uno fra gli uomini e le donne cileni con cui il regista ha conversato facendosi narrare, attraverso le loro esperienze personali, le vicende drammatiche che interessarono lo Stato andino nei primi anni Settanta.

Una storia che prende le mosse proprio dall’inizio di quel decennio, con la formazione del governo di Unità popolare, coalizione composta da varie formazioni politiche, tra le quali una costola della locale Democrazia cristiana, il Partito socialista e il Partito comunista.

Il governo, presieduto da Salvador Allende, fu deposto a tre anni dal suo insediamento da un violento colpo di Stato guidato dal generale Augusto Pinochet. Il golpe culminò l’11 settembre del 1973 con il pesante bombardamento della residenza ufficiale del presidente, il Palacio de La Moneda, da parte dell’aviazione militare. Allende morì quell’11 settembre in circostanze non chiarissime. Alla dittatura, che durò fino al 1990, seguì poi un periodo di transizione democratica.

Le persone che parlano con Moretti – il regista è quasi sempre fuori campo e di tanto in tanto le sue domande sbucano da dietro la cinepresa, fissa su chi racconta – si soffermano sulle speranze suscitate dalle riforme democratiche del governo Allende e sul tempo tragico successivo al golpe, mesi e anni popolati da donne e uomini arrestati, torturati, scomparsi nel nulla, uccisi. O rifugiati, come i quasi mille cileni che trovarono accoglienza nella sede dell’ambasciata italiana di Santiago, il cui muro di cinta era fortunatamente basso e facilmente scavalcabile.

L’uomo sulla sessantina, uno dei rifugiati, inizia a parlare del cardinale Raúl Silva Henríquez, arcivescovo di Santiago del Cile dal 1961 al 1983, anno in cui le sue dimissioni furono tempestivamente accettate per il raggiungimento del canonico settantacinquesimo genetliaco.  

Accennando alla figura di questo cardinale – ricordato dalle biografie anche come ideatore della “Vicaría de la Solidaridad”, un organismo creato da Paolo VI per dare rifugio, patrocinio legale e assistenza medica alle vittime delle infrazioni dei diritti umani perpetrate dalla dittatura di Pinochet –, l’andamento delle sue parole, fino a quel momento fluido, incomincia a farsi intermittente: «A quei tempi i giovani volevano farsi sacerdoti… Perché era talmente… come posso dire… era talmente… grande la statura… morale di questo prete…». Fino a che le sospensioni della narrazione si sciolgono in un silenzio probabilmente necessario per cercare di trattenere le lacrime.

Moretti lo incalza con delicatezza: «Come mai ti sei commosso pensando a questo cardinale?».

«Perché era… come devono essere i cardinali… Io non sono cattolico, sono completamente ateo, non c’entro niente coi cattolici. Però quando una persona merita rispetto, bisogna darglielo».

Poche battute intessute soprattutto da sospensioni e da silenzio. Un po’ come quando ci si sorprende al cospetto di qualcosa di bello o di grande e non si trovano i verbi e gli aggettivi per darne conto. Un po’ come quando ci si arrende davanti all’“indescrivibile”.

Un vero conforto in questi tempi in cui le parole – dette, scritte – vorticano, battagliere e impazzite, ovunque, anche nella Chiesa. Un involontario – e quindi, forse, provvidenziale – suggerimento giunto da una persona comune, normale, «completamente atea», che «non c’entra niente coi cattolici», ma che si è commossa, si commuove, non trova le parole e sta in silenzio di fronte alla figura di un «prete», di fronte a un uomo di fede.

 

Paolo Mattei