come in cielo

«Chiunque miravalo provava compunzione e tenerezza. Molti portavansi a bella posta in detta chiesa, e fatta una breve adorazione al divin Sacramento, si mettevan di proposito a mirarlo, destandosi ne’ loro cuori affetti di compunzione più vivamente nel mirar quell’innamorato servo della Madre santissima che nell’ascoltare prediche» (G. Palma, “Vita del Venerabile Servo di Dio Benedetto Giuseppe Labre”, Roma 1807).

Il brano è tratto da una biografia del XIX secolo dedicata a Benedetto Giuseppe Labre, “il santo pellegrino” che passò la vita camminando e pregando. Non fece altro, vivendo di quanto la Provvidenza gli offriva, senza mai chiedere l’elemosina. E quando si fermava da qualche parte – nel brano citato si allude a una delle sue numerose soste di fronte all’icona della Madonna conservata nella chiesa di Santa Maria dei Monti, a Roma – lo spettacolo silenzioso di quell’uomo in preghiera valeva più di qualsiasi predica.

Il francese Benoît-Joseph Labre morì a trentacinque anni. «Nel mezzo del cammin», per dirla con l’incipit della Commedia di Dante, che intraprende il suo pellegrinaggio oltremondano proprio a quell’età, il «punto sommo», scrive il poeta, dell’arco formato da «tutte le terrene vite», una cifra simbolica dedotta dal Salmo 89: «Dies annorum nostrorum septuaginta anni; si autem in potentatibus octoginta anni», «Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti».

Il trentacinquenne poeta fiorentino, nato nel 1265, incominciò a camminare nei tre regni del suo poema molto probabilmente il Venerdì Santo del 1300, che cadeva l’8 aprile. Il trentacinquenne Benoît-Joseph Labre, nato nel 1748 ad Amettes, nella diocesi di Boulogne-sur-Mer, giunse al termine del suo pellegrinaggio terreno il Mercoledì Santo – il 16 aprile del 1783 – dopo aver percorso, secondo alcuni calcoli, circa 30mila chilometri. È quindi lecito immaginare che non appartenesse al novero dei “più robusti”. E in effetti, per giunta, aveva scarpinato parecchio, e in condizioni senz’altro meno comode di quelle che ci potremmo permettere noi.

Sognando di diventare trappista, lasciò la sua casa a poco più di vent’anni, dopo aver cercato ospitalità in alcuni monasteri della regione. Ma in nessuno di quei luoghi era stato accettato. Aveva provato coi Certosini di Montreuil-sur-Mer, ma anche lì era stato esortato a individuare altre strade, quelle che Signore, che lo attendeva altrove, gli avrebbe indicato.

A un certo punto capì che il Signore gli stava indicando proprio la strada: quella sarebbe stata il suo monastero, per tutta la vita.

Così si mise in viaggio per raggiungere i luoghi di culto e i santuari cristiani più importanti d’Europa, tra Germania, Spagna, Francia e Italia: da Compostela a Paray-Le-Monial, dalla Santa Casa di Loreto ad Assisi, da Bari – dove si conservano le reliquie di san Nicola – a Leuca, all’estremità meridionale della Penisola, dove sta il santuario di Santa Maria de Finibus Terrae.

Giunse a Roma nel 1770, e dal 1777 non la abbandonò più. Le sue ultime ore le trascorse nella chiesa di Santa Maria dei Monti, nell’omonimo rione, il più esteso di Roma, il più ricco di storia, dove troneggia il Colosseo, sotto uno dei cui antichi archi andava a dormire ogni sera.

Sono trascorsi duecentosettanta anni dalla nascita al cielo del Santo Pellegrino – la cui memoria ricorre il 16 aprile –, e il suo corpo, dopo tanto cammino, riposa nella chiesa di Santa Maria dei Monti, in una teca a sinistra dell’altare maggiore.

di Paolo Mattei

 

Per approfondire, un bell’articolo apparso qualche anno fa su 30Giorni (cliccare qui)