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L’immagine che vedete (in alto particolare, in basso l’integrale) è stata dipinta e anche “vissuta” nel 2018. È stata realizzata da un artista siciliano, che lavora e vive a Gela, Giovanni Iudice. Fa parte di un trittico dedicato al tema della migrazione, esposto in queste settimane nello studio di Giuseppe Iannaccone, avvocato; un altro uomo del sud innamorato dell’arte e convinto della funzione civile dell’arte stessa.

Nello scomparto di sinistra si vede l’oblò di una nave dal quale si affaccia un gruppo di migranti in paziente attesa di sapere il proprio destino (e tra i migranti l’artista ha messo anche se stesso).

Nello scomparto di destra c’è solo un asino che bruca in un prato un po’ brullo che arriva quasi sino al mare: è presenza solitaria sulla costa dove i migranti sognano di poter sbarcare. Il cielo è terso e la macchia rossa di un papavero segnala questo luogo come depositario di una speranza.

Ma quel papavero rimanda anche all’immagine centrale del trittico: una mamma che tiene in grembo un bambino. È una figura dolce e solenne, che l’artista poeticamente immagina sullo sfondo di un cielo notturno acceso da una luna. Un cielo da notte di Betlemme.

È seduta su un qualcosa che assomiglia a un trono come accadeva alle antiche e dolcissime Maestà, ma è un trono che non si vede e che possiamo solo immaginare. Il trono della sua grande dignità.

Il trono che innalza in modo inaspettato la povertà. Sappiamo anche il suo nome, Masha, come pure quello di suo figlio Mobruk. Ci guarda con grande tranquillità e fierezza, anche se nel suo sguardo scorgiamo tutto il dolore e la fatica di cui si è fatta carico.

È, insomma, una presenza umanamente indimenticabile, dolce e monumentale nello stesso tempo. Non c’è nulla di forzato in questa sua posa che ce la fa apparire come una moderna Madonna: è la naturalezza del suo atteggiarsi che semmai fa breccia davanti ai nostri occhi.

Per cui ci appare del tutto naturale che nella varietà di colori del suo velo e dei suoi abiti spunti quel mantello azzurro, che è il colore con il quale per secoli gli artisti hanno vestito la Madonna per la nostra devozione.

È come se ci trovassimo davanti ad una sacra rappresentazione nata non per un progetto, per un “piano”, ma dettata dalla vita stessa. Così più che accogliere, ci sentiamo accolti da questo sguardo inatteso.