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Avendo avuto la fortuna di fare un tour molto concentrato di musei americani mi sono capitate un’infinità di sorprese. Una delle più toccanti è stata quelle di trovarmi di fronte, nella prima sala dell’immensa National Gallery di Washington, a questa Madonna di Giotto.

Era un’immagine, che nell’ordine con cui è disposto quel museo, non stava nel suo spazio, ma sembrava venirti incontro, rompere gli argini. Nello spazio dorato della tavola vediamo una Madonna che tiene tra le braccia il Bambino, il quale sta porgendole una rosa bianca, simbolo di purezza.

È una tavola dipinta originariamente, con molte probabilità, per Santa Croce. Giotto impressiona perché quando lo sorprendiamo nella pienezza dell’autografia delle sue opere (lui aveva una grande bottega organizzata per rispondere alla quantità di committenze che gli arrivavano), vediamo come tra le sue mani un’immagine si trasformi nella solidità e verità di una “presenza”.

Maria e il Bambino sono corpi di cui si avverte quasi il calore. Certamente si coglie la loro presenza fisica nello spazio. Giotto dipinge il volto di Maria, trasformando le pennellate in infiniti gesti di affezione, quasi in minime carezze, capaci di restituire tutta la tenerezza di quella presenza, non più soltanto immaginata.

Poi, come spesso accade, Giotto inserisce un dettaglio da corto circuito. Uno di quei dettagli davanti ai quali puoi dubitare che tutto questo sia vero: è il particolare di Gesù Bambino che con la mano stringe un dito di Maria, che a sua volta allarga il braccio facendone quasi un trono per il Figlio.

Ma il particolare di quel dito tenuto stretto, come gesto naturalissimo di un bambino, è un’immagine che non si dimentica: immagine vera e anche potente, per la certezza di cui si fa carico e che annuncia ancor oggi a chi la guarda.

Ogni grande quadro è come la documentazione di un avvenimento. Un avvenimento che continua: davanti a quel capolavoro di Giotto ci si sente come bambini, presi dal desiderio di poter stringere anche noi quel dito, di appoggiare a che noi la nostra vita a quella madre così presente (foto sotto, il dettaglio).

Giuseppe Frangi