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Un cenno fugace, un’amica che aiuta la figlia a studiare e che, riscopre, così per caso, un passo della Divina Commedia che commuove. Purgatorio, Manfredi di Svevia, che a metà del ‘200 manovrò per ottenere indebitamente il Regno di Sicilia e fu per questo avversato dalla Chiesa.

Un lungo contrasto, quello con i papi del tempo, che gli procurò reiterate scomuniche, ribadite dai diversi pontefici di allora. Fino a che a Benevento, nel 1266, logorato e abbandonato dai suoi alleati, perse il Regno e la vita.

Sarebbe potuto bastare a chiudere la sua tormentata e sanguinosa vicenda terrena, ma non fu così. Il suo corpo, seppellito vicino al campo di battaglia presso un ponte, fu riesumato e le sue ossa disperse al vento su mandato di papa Clemente IV, che volle una punizione esemplare.

Con usuale coraggio, Dante lo colloca nell’antipurgatorio e non all’inferno al quale la scomunica, secondo le apparenze, lo avrebbe destinato. Così spiega Manfredi all’Alighieri:

 

Poscia ch’io ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che volontier perdona.

Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.

 

                                                                                                                      Luca Romano