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Bartololomeo Cavarozzi  è uno dei cosiddetti maestri di seconda linea. Era nato a Viterbo nel 1587 ed era cresciuto sul terreno tanto fertile arato da Caravaggio.

Un artista semplice, che si impose senza troppi intellettualismi e senza quell’esagitazione che contrassegnava la stagione barocca. Cavarozzi è un inventore di immagini da devozione, immagini che si trovò spesso a replicare per tener dietro al moltiplicarsi delle richieste.

Una delle immagini più popolari è questo “ritratto” della Sacra Famiglia, che qui vedete in una delle più belle varianti e che è custodita alla Galleria Nazionale di Palazzo Spinola a Genova.

Cosa colpisce di questa tela? Innanzitutto, paradossalmente, che l’artista non ricorre a nessun particolare artificio per colpirci. Non aggiunge elementi per rendere “speciale” ciò che sta dipingendo.

Le figure del resto riempiono tutto lo spazio della tela, senza pretese e con molta naturalezza. La tela poi ha una dimensione che sta a metà tra la grande pala d’altare e il vero e proprio quadro da devozione: come aveva insegnato Caravaggio, il modo per rendere più verità ad un soggetto era quello di restituirlo in proporzione di 1:1.

Cavarozzi segue quella regola e così facendo l’immagine sembra scaturirgli dalle mani senza bisogno di nessuna ulteriore invenzione. La Sacra Famiglia è colta in un momento di intimità e tranquillità, senza interferenza di figure esterne.

Uno di quei momenti dominati da una libera circolazione di affetti, ben espressa dalla meravigliosa tenerezza della posa. È un quadro che comunica un calore, un senso di pienezza; una compiutezza dentro la normalità del quotidiano.

C’è poi un altro elemento semplice che ci attrae: è il modo con cui Maria e il Bambino ci guardano. Il loro è uno sguardo, silenzioso, semplice, ma capace di un’energia inclusiva che ci colpisce al cuore.

È uno sguardo che scioglie ogni estraneità e che ci chiama a partecipare di quell’intimità, abbracciati dalla dolcezza immediatamente famigliare di quelle presenze.