come in cielo

“Lo Stato di Israele, che organizza la partenza del Giro d’Italia, venerdì 4 maggio ha attribuito a Gino Bartali, il famoso ciclista italiano, la cittadinanza israeliana a titolo postumo. Questo gesto rarissimo fa seguito al riconoscimento ottenuto dal Memoriale dello Yad Vashem di Gerusalemme del titolo di ‘Giusto delle nazioni’ per aver favorito la salvezza di circa ottocento ebrei durante la seconda guerra mondiale”. È l’inizio di un articolo pubblicato su Le Monde il 2 maggio.

Un tributo a Bartali che non trova riscontro sui giornali italiani, nonostante la canzone di Paolo Conte con i suoi “i francesi che si incazzano” per le vittorie del campione ai Tour de France.

Il riconoscimento israeliano giunge a 18 anni dalla sua morte, avvenuta il 5 maggio del 2000: un onore per l’atleta e per l’Italia intera.

Bartali è già un campione quando la guerra investe l’Italia. E con la guerra, la persecuzione degli ebrei, alla salvezza dei quali mette a disposizione le sue gambe e la sua fama.

È proprio quest’ultima che gli permette di girare indisturbato, scivolando tra le maglie dei controlli e portando, nascosti nel telaio e sotto il sellino della bicicletta, documenti falsi da distribuire agli ebrei.

Da Firenze ad Assisi, tra conventi e monasteri, percorre chilometri e chilometri in questa corsa contro la morte, che serve stavolta a guadagnare vite e non coppe.

Ma Bartali non corre da solo. Fa parte di una squadra nuova, diversa da quella per cui correva Giri e Tour.

È la rete clandestina tirata su dal cardinale Elia Costa, l’arcivescovo di Firenze che insieme all’organizzazione ebraica  Delasem si adopera per salvare gli ebrei dalla ferocia nazifascista.

Quel cardinale che quando Mussolini e Hitler visitarono Firenze fece spegnere le luci e chiudere le imposte del palazzo arcivescovile.

Perché, spiegava, fosse chiaro che rigettava la venerazione della croce uncinata perché la sua venerazione andava solo alla “Croce di Cristo”.

Il porporato aveva dato ordine ai suoi di salvare gli ebrei, come d’altronde faceva anche la Chiesa di Roma, con reti analoghe coordinate da monsignor Giovan Battista Montini, allora sostituto della Segreteria di Stato vaticana, in combinato disposto con la Fuci, diretta dal giovane Giulio Andreotti, e con la rete clandestina guidata da Alcide De Gasperi e Guido Gonella.

Bartali aveva accolto con tutto il cuore l’invito del porporato, mettendo “coscientemente a rischio la propria vita”, come si legge nel comunicato dello Yad Vashem a lui dedicato.

Tanto che verso la fine del conflitto, ricercato dalla polizia, dovette trovare anche lui un rifugio clandestino, presso amici e parenti, a Città di Castello.

Non solo la corsa: Bartali aprì agli ebrei anche la porta di casa, o meglio della cantina, dove trovò rifugio la famiglia Goldenberg.

Il grande campione conservò tutto questo nel segreto. Perché “il bene, diceva, non si fa per gridarlo sui tetti“. E se non fosse per una confidenza fatta al figlio Andrea nulla sapremmo di quanto fece allora.

Membro dell’azione cattolica, Bartali era “Ginettaccio” per i fans italiani, ma “Gino il pio” per i francesi, i quali erano evidentemente colpiti dalla sua fede.

Tanto che, nell’articolo di Le Monde, citato, si legge: “Il toscano pregava sulla linea di partenza, pregava durante le corse, pregava anche sul podio, ringraziando la Madonna e i santi per le vittorie”.

Bartali fu o meglio è un mito del ciclismo italiano, come lo è stato ed è l’eterno rivale Fausto Coppi. Miti di due Italie che hanno convissuto in quegli anni: quella cattolica e democristiana e quella comunista.

Due Italie contrapposte ma neanche tanto. Come evidenzia la celebre foto della “borraccia”, che immortala i due campioni che si passano l’un l’altro il prezioso arnese del mestiere durante il Tour del ’52. Che poi non si è mai capito chi la passa all’altro, mistero chiuso in quella competizione civile.

Così non stupisce che quando si trattò di eleggere una patrona per i ciclisti, e di scegliere una chiesa allo scopo – individuata nella Madonna di Ghisallo che conserva una bellissima immagine della Madonna del latte – la lettera inviata a Pio II per ottenere tale concessione portasse in calce la firma dei tutti e due i campioni, ai quali si associarono dozzine di ciclisti.

“Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Però ogni atleta è temperante in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibile”. Così san Paolo in una frase che ci sembra buona per concludere il nostro articolo.

Gino il pio ha terminato la sua corsa, parafrasando ancora san Paolo, e ottenuto il suo premio più bello. Perché siamo certi che la sua bicicletta, dopo tanto faticoso pedalare, l’ha portato dritto in Paradiso.

 

di Luca Romano